Tutto sbagliato
Una storia, due voci
Ciao, sono Federica, e questa è Una Newsletter. Uno spazio in cui provo a dare un senso alle cose, spesso fallendo, ma con una certa eleganza. Qui dentro trovi storie, pensieri sparsi e tentativi di razionalizzare il caos. Questa è un’edizione straordinaria che parla di disturbi alimentari e delle relazioni che si creano intorno.
TW: disturbi alimentari, anoressia.
Gloria un giorno mi scrive e mi fa:
“Ma se io volessi raccontare la mia storia di disturbi alimentari nel tuo podcast?”
E io le rispondo: “Quale podcast?”
Io non ho nessun podcast che parla di disturbi alimentari.
Non ancora, almeno.
Ma l’occasione era troppo ghiotta per lasciarla cadere nel vuoto.
Non tanto il podcast, quanto il resto della frase: “raccontare la mia storia di disturbi alimentari”.
Io, che su queste cose ci ballo intorno da anni, leggo tra le righe il senso: ci vuole un coraggio enorme per raccontarsi a cuore aperto a degli sconosciuti, e se questo è il momento in cui si sente di farlo, sono felice di poter essere un catalizzatore. “Non esiste nessun podcast” le dico “ma possiamo provare a farlo lo stesso”.
E così un sabato mattina
ci siamo sedute a un tavolo
e cominciamo a parlare davanti a un registratore.
A fiume. Senza una scaletta.
Era tutto così improvvisato che dopo circa mezz’ora ci siamo accorte che la registrazione non ci stava seguendo.
Non siamo ripartite.
Gloria racconta, e mi stupisco di quanto le storie sembrino lontanissime, e poi di colpo combacino. Non nei dettagli — quelli sono personali, irripetibili — ma nella parte nascosta, nell’elettricità che nessuno vede.
Le nostre esperienze sono completamente diverse, ma nella sua voce riconosco cose che so anch’io. A un certo punto della conversazione saltano fuori due parole: tutto sbagliato. È il modo in cui descrive quel periodo: la clinica, le cure, il modo in cui veniva guardata e non vista. È questo a colpirmi: due storie così distanti possono entrare in risonanza come note che non si toccano mai ma vibrano uguale. Forse perché il disturbo alimentare non è mai solo una questione di cibo.
È la lingua con cui, per anni, abbiamo cercato di dire qualcosa che non sapevamo dire.
Questo è un estratto della conversazione. Se ti va, puoi ascoltarlo.
La clinica dove è stata ricoverata da adolescente sembra uscita da un film distopico: la sala da pranzo dove si mangia solo guardando il proprio piatto, l’infermiera che annota come tagli una mela, le punizioni e le minacce da accademia militare. Lo stupore che mi prende quando Gloria mi dice che lei era felicissima di stare lì dentro, dura poco. Mi tornano in mente certi giorni, in cui il disturbo ruggisce forte in testa, urlandomi il peggio che riesce ad inventare. Di colpo non mi è più così difficile credere che, a confronto, una degenza in una clinica dell’orrore possa sembrare un’alternativa quasi allettante.
Gloria racconta tutto questo con una lucidità feroce, da adulta che guarda la propria adolescenza come un capitolo che è stato chiuso.
Ci cadono i lacrimoni quando,
surfando tra un’onda e l’altra
arriviamo a parlare di chi, all’epoca,
cercava di starle vicino.
Il fidanzato di allora,
poco più che adolescente, una foto in tasca
e la volontà ferrea di farla uscire fuori ad ogni occasione,
fino all’ultimo minuto concesso.
Quando lei gli chiede
di portarle qualcosa da casa,
una coperta, un pezzo di vita normale,
lui si rifiuta. Le dice solo:
“Tu non vivi qui.”
Un muro e un abbraccio.
Questo è un estratto della conversazione. Se ti va, puoi ascoltarlo.
Lo so bene quanto è difficile stare accanto a qualcuno che ha un disturbo alimentare. Lo vedo tutti i giorni nelle parole e negli occhi di chi mi sta intorno. È un lavoro silenzioso, stremante, spesso invisibile. Si tenta di aiutare e si sbaglia, si tenta di non intervenire e si sbaglia lo stesso. Alla fine, nessuno sa davvero come aiutarti.
E allora il tutto sbagliato diventa lo stato d’animo di chi prova a star vicino a qualcuno che soffre. Come fai, sbagli. Ma forse è proprio da lì che si ricomincia: dal decidere di essere comunque presenti, nonostante ci si senta sempre tutti profondamente sbagliati.
Niente più estratti. Qui c’è la conversazione completa, se vuoi continuare.
Qualche giorno dopo aver registrato, mi è venuta in mente una domanda che non le ho fatto. Succede sempre: le domande migliori arrivano quando è troppo tardi per farle. Mi sono chiesta quale sia stata, per lei, la scintilla. Cosa le ha fatto pensare che questo fosse il momento giusto per raccontarsi.
So solo questo: che oggi Gloria sta bene, per quanto il mondo possa concederglielo.
Che da adulta ha imparato a tenersi in piedi in modi che a diciott’anni non poteva immaginare. E che, come succede a chiunque porti questa storia sulla schiena, la cura non è mai il traguardo, ma una forma gentile di manutenzione quotidiana.
Note a piè di me
Aggiornamenti fuori dal piano editoriale.
Su Una Newsletter abbiamo parlato di disturbi alimentari anche qui e qui.
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